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Vibrisse

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Camus

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(Patricia Cornwell nel suo romanzo “Punto di origine”. Pagina 150 Edizioni Oscar Mondadori. “Nel New Jersey, quando ho cominciato io, con millecinquecento dollari vivevo bene un anno. La criminalità era più bassa e la gente più educata, persino in quel quartiere di merda dove lavoravo io. Invece adesso siamo qui a cercare di identificare una poveretta sfregiata e bruciata e quando avremo finito con lei sarà la volta di qualcun altro. Come si chiamava quello che faceva rotolare un masso su per la montagna e appena stava per arrivare in cima gli cadeva di nuovo giù? Siamo come lui, capo. Mi chiedo perché ce la prendiamo tanto” Ed ecco la risposta lapidaria di Kay Scarpetta al rozzo Pete Marino: “Perché se non ce la prendessimo tanto sarebbe ancora peggio”. Camus è un colosso contro il quale ogni autore prima o poi va a sbattere ribellandosi. Personalmente, sono inorridito. Il pensiero di Camus è dinamite, e maciulla la vita, fa a pezzi l’uomo, squarcia tutto. Per questo forse si è meritato il Nobel. (Tra l’altro: il più importante premio per la pace tra i popoli porta il nome dell’inventore della dinamite)

Endoxa

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(Nuovo numero della rivista Endoxa a cura del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste. Ringrazio il Professor Pier Marrone.  Qui e qui articoli precedenti. Grazie ancora)

(Ma insomma, questo pezzo, poi, cosa vuol dire? Vuol dire solo questo. Proviamo mancanza di senso ogni volta che non capiamo, perché ci mancano i mezzi di comprensione. Il Moby Dick con l’accumulo di termini tecnici della navigazione nei capitoli finali crea nel lettore uno sfilacciamento di senso, ma se i termini si conoscessero, questo sentimento non si proverebbe. Sapere è non avere paura. Guardare in faccia, conoscere è non sentirsi disorientati. Non toglie l’ineluttabilità della situazione, ma elimina la paura. La questione interessante, a questo punto, è se esistano “a priori” di “non conoscenza”. Cioè, è possibile rintracciare i bordi estremi della conoscenza, toccarli con mano? Questo non lo so, e infatti non so nemmeno se abbia senso questa domanda. Se esistono gli “a priori” della “non conoscenza”, allora l’uomo avrà sempre paura. Se non esistono questi “a priori”, se non c’è limite a ciò che l’uomo può sapere, guardare in faccia, allora le paure di oggi ci sembreranno una barzelletta domani. L’uomo è creato per sapere o è creato per non sapere?  Come si possa rispondere a questo, ripeto, per me è un mistero.)

Presto

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Alien

Ieri su Rai4 ho rivisto “Alien”  di Ridley Scott. All’improvviso mi sono messo a fare libere associazioni sulla base di alcuni simboli presenti nel film. I simboli sono il gatto e il labirinto. Partiamo dal labirinto. Che cos’è l’astronave nella quale si svolge la caccia all’alien se non un labirinto? Facile, giusto? L’astronave è un dedalo di stanze e corridoi. E naturalmente quando si dice labirinto non possiamo dimenticarci che nel labirinto c’è il Minotauro. E cos’altro è la madre aliena se non il Minotauro? Per gioco ho anche scartabellato, da un vecchio libro di carta, alcune immagini di Orfeo ed Euridice, ed effettivamente ricordavo giusto: Euridice viene solitamente rappresentata con una chioma di lunghi capelli fluenti… ma Orfeo… Orfeo ha un bel casco di capelli ricci. Sigourney Weaver è Orfeo. E’ la versione al femminile, naturalmente, ma lo ricalca. Dunque, abbiamo una situazione classica dell’horror (perché come ci spiegò King in Danse Macabre Alien è horror e non sci-fi): il mostro fa fuori uno dopo l’altro tutti quelli che gli capitano a tiro. Ma in questo caso il mostro si trova dentro un labirinto: il mostro è il Minotauro, e pertanto il labirinto è… la follia. Chi si perde nel labirinto si perde nei meandri della follia. Ed ecco che entra in gioco il gatto. Perché il gatto viene inquadrato così spesso ogni volta che entra in scena la mostuosa madre aliena? Io dico che il gatto è il simbolo dell’inganno e dell’astuzia. Dico che Siguorney Weaver è sì Orfeo, ma è anche una femmina come lo è la madre aliena. E alla fine della storia, quali sono i fatti? I fatti sono che Siguorney Weaver è l’unica superstite avendo la madre aliena sterminato tutto il resto dell’equipaggio. Ecco la mia interpretazione: Siguorney Weaver in preda alla febbre del chiuso all’interno del labirino-astronave nel bel mezzo del nulla intergalattico ammazza uno dopo l’altro i compagni dell’equipaggio. La Madre Aliena è un’allucinazione del Tenente Ellen Ripley ovvero il personaggio interpretato da Sigourney Weaver. E fino a qui, va bene, ci può stare oppure è solo una fantasiosa sovrainterpretazione. Ma la parte ghiotta arriva adesso. Pronti? Mi sono rifrescato la memoria riguardo la costruzione del labirinto. Il primo labiritno è quello di Cnosso, al quale poi sono seguiti gli altri. E mi sono fatto questa semplice domanda: come mai la tanto evoluta e raffinata civiltà cretese diede vita a un’aberrazione come quella del palazzo di Cnosso? Perché esiste, il labirinto? Perché è stato fatto? E qui ritengo di eguagliare Giorgio A. Tsoukalos nell’ipotizzare quanto segue. C’è soltanto una ragione che potrebbe spingere l’uomo a mettere in piedi una costruzione fatta di corridoi e stanze che si susseguono un po’ alla buona ed è: se dovesse stipare tutto dentro a un’astronave diretta nel bel mezzo di immensi spazi siderali. Il labirinto è un’astronave. E in qualche imprecisato momento della storia dell’umanità atterrò sulla Terra, con dentro esseri trinariciuti, con le corna e assetati di sangue: astronave astrusa, aberrazione architettonica… Allora, sono o non sono all’altezza del mitico Giorgio A. Tsoukalos?! Evvai!