I mille volti del terrore, di Autori Vari

Ho pescato in una bancarella di libri usati un’antologia di racconti dell’orrore che ho visto per anni e anni campeggiare sugli scaffali del reparto libri di vari supermercati, ma che non ho mai osato acquistare. Prima di tutto perché il racconto di Stephen King al suo interno, I figli del grano, già l’avevo, avendo già letto la raccolta A volte ritornano, e poi perché la copertina dell’edizione italiana l’ho sempre giudicata un po’ troppo aggressiva. Non mi è mai venuta voglia, pertanto, di alleggerire il portafogli di poco meno di sette mila lire per comprare quell’antologia. Ora che l’ho acquistata all’irrisorio prezzo di un euro, rilevo che ciò che mi colpisce di più di I mille volti del terrore sono le introduzioni scritte dal curatore dell’antologia a ciascun racconto. Il curatore della raccolta è Gerald W. Page; il volume italiano è curato da Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. I due firmano un’introduzione generale in cui com’è ovvio elogiano la special guest star del libro: Stephen King; ma la cosa realmente curiosa è che se si legge l’introduzione di Gerald W. Page al racconto di Stephen King non vi si trovano affatto grandi elogi, anzi, a me è sembrato di ravvisare persino una punta di freddezza. Leggiamo: “Stephen King apparve due volte alla fine degli anni Sessanta in Startling Mistery Story [...] diretto da Robert A.W. Lowndes. La rivista raccoglieva le prime opere di scrittori come Ramsey Campbell [...]. Ma King apparve subito dopo come romanziere con libri come Carrie (che Brian De Palma tradusse come miglior film del genere dopo Psycho), Salem’s Lot e The Shining, diventando, probabilmente, il più famoso scrittore di best-seller al mondo. I Figli del Grano dimostra perché: King scrive materiale molto forte. [...]“. Tutto qui. Gerald W. Page ci dice che King è uno “scrittore di best-seller” e che lo è “perché scrive materiale molto forte”. Poco, direi, per un autore come Stephen King. Non una parola sul fatto che I Figli del Grano sia una prova narrativa eccellente, se non eccelsa. Non una parola sul fatto che Stephen King se la cavicchi abbastanza, con una penna tra le mani. Certo, si può ipotizzare che Page non abbia voluto dire l’ovvio e che ci sia andato piano con gli elogi per non oscurare totalmente gli altri autori presenti nell’antologia: ma proprio questo è il punto. Quando arriva il momento di riunirsi in una comunità e di stare tutti assieme dentro la stessa antologia, è inevitabile che si punti a un livellamento degli autori e dei testi presenti nell’antologia. Ripetiamolo, Stephen King non era solo (già all’epoca) l’autore migliore all’interno di quell’antologia, ma era anche lo scrittore che aveva scritto il racconto più lungo e di gran lunga migliore degli altri. Non si era risparmiato. Non aveva snobbato la cosa. Non aveva dato una cosetta tanto per. Allora, perché livellarlo? Perché esiste una logica comunitaria, e nemmeno Stephen King può sfuggire a questa logica. Ora, come mai parlare di tutto questo? Il motivo è molto semplice. Quello che accade in questa antologia, dove un gigantesco colosso della letteratura mondiale e di tutti i tempi, viene ridotto e pressato a misura di altri autori assai più standard, questa logica di livellare è l’agire quotidiano di tutti quei mondi fatti per lo più di comunità, clubbini, consorterie. Ci sono autori che scrivono testi eccellenti, ma questi testi, per una ragione o per un’altra, per non fare torto a questi o a quelli,  vegono continuamente presentati come tutti gli altri testi. Stephen King è “autore di best-seller” perché “scrive materiale forte”. Mica perché è in gamba, nooo… Quello lo sono tutti: tutti gli stimati autori presenti nell’antologia. Ma no. Il segreto del successo di King è che ha osato di più, è stato più sfrontato, più stronzo, in poche parole. Fosse vero… Bastasse veramente così poco.